QUALI RIFORME HANNO IN TESTA?
riforme
Sono tre anni che, il giorno dopo le elezioni, va in scena lo stesso rituale. Il centrodestra dice facciamo le riforme ed il Partito democratico risponde subito “si grazie”. Mi sfugge questa logica. Io ritengo che, alla domanda facciamo le riforme, la risposta giusta sia “quali riforme?”. Perché se le riforme che hanno in mente sono la liquidazione della giustizia e dei magistrati, se è il presidenzialismo per celebrare il delirio di onnipotenza di Berlusconi che brama il Colle più di ogni altra cosa, dire subito di sì non solo è sbagliato ma è una colossale scemenza e con questo centrodestra non c’è nulla di cui ben sperare. Non siamo preclusi concettualmente alle riforme. Se, nei prossimi tre anni, si apre una discussione seria sulla riforma fiscale, invertendo la tendenza attuale che avvantaggia pochi a danno di molti, se la maggioranza intende superare il bicameralismo perfetto, riducendo contestualmente il numero dei parlamentari, se si pensa ad un federalismo fiscale serio e responsabile, e non a quello egoista e secessionista che ha in testa la Lega, allora noi ci siamo e vogliamo esserci. Ma non si può dire subito di sì, senza conoscere le carte in tavola. Mi domando. Agli italiani frega qualcosa di eleggere direttamente il capo dello Stato? E se a qualcuno comunque fregasse, è questa la priorità? Oppure, hanno bisogno di un governo che metta finalmente mano ai loro problemi, come il lavoro, la disoccupazione, la riforma delle pensioni, la riduzione dei tempi della giustizia e lo snellimento della burocrazia? Se il Partito democratico pensa di scendere a patto con il centrodestra sulle riforme che interessano a Berlusconi, e non al Paese, vuol dire che non ha capito la lezione che arriva forte e chiara dalle urne. Basta alchimie, basta costruire, come dice bene oggi Ezio Mauro su la Repubblica, il meccano delle alleanze. Bisogna mettersi ventre a terra. I partiti devono uscire dalle loro rocche eburnee, dalle stanze dorate dei bottoni, buttarsi in mezzo alla gente e sporcarsi le mani con i loro problemi. Solo così si potrà pensare di tornare a vincere un giorno. I prossimi tre anni saranno forse più difficili di quelli che sono già trascorsi. Le insidie saranno numerosissime e acquattate dietro ogni angolo, nascoste nelle pieghe dei provvedimenti che presenteranno. In tutto questo, noi non possiamo rimanere a guardare o semplicemente a limitare il danno. Dobbiamo inchiodarli alle loro responsabilità. E se è vero che l’agenda la stabilisce il governo è vero anche che possiamo disturbare il manovratore, indicando una nuova direzione da prendere e andare porta a porta a spiegarla alla gente. Dobbiamo impegnare il tempo che resta a scrivere un programma di governo, a gettare le basi per la costruzione di un’alternativa possibile e bussare nelle case degli italiani per spiegare cosa abbiamo in mente e nel cuore. Non possiamo perdere altro tempo. Non possiamo rimanere a guardare mentre l’onda verde cresce e si radica anche al centro Italia, colmando un vuoto lasciato dal centrosinistra per colpa di un Pd che sull’immigrazione e sulla legalità si ostina a parlare una lingua diversa rispetto a quella degli italiani. Non possiamo lasciare a Berlusconi quel poco che ci rimane, solo perché il Pd non mostra il coraggio di fare pulizia nella sua classe dirigente. Dobbiamo costruire insieme un nuovo centrosinistra, a cominciare dalla ricerca di un candidato premier credibile, che non necessariamente deve essere espressione di nomenclature o frutto di alchimie e fusioni a freddo. Bisogna ritrovare la passione. Noi ce l’abbiamo. Se il Pd ce l’ha batta un colpo ma non alla porta di Berlusconi.
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