L’Italia dei Valori sta preparando una propria mozione sull’Europa, perché non facciamo parte della...
A vent’anni da Tangentopoli (a proposito, Italia dei Valori vi dà appuntamento a Milano il 17 febbraio presso il teatro Elfo Puccini per ricordare l’inizio di quella stagione che portò una ventata di legalità) poco sembra essere cambiato in Italia. Anzi, la situazione sembra quasi peggiorata.
Torno a parlare della responsabilità civile dei magistrati perché è stato un colpo basso all’Italia e purtroppo contiene un dato politico preoccupante: la longa manus di Berlusconi continua a tenere sotto scacco il Parlamento ed a ricattare il governo. Il voto (segreto…) della Camera sulla responsabilità civile dei magistrati ha svelato l’esistenza che l’asse Pdl-Lega c’è ancora e ancora una volta il Carroccio ha svolto il suo ruolo di vassallaggio nei confronti di Silvio Berlusconi.
Dopo aver votato per anni porcate su porcate, leggi ad personam e norme punitive contro i giudici, la Lega ha voluto, evidentemente, mantenere una propria coerenza politica. Mica si può votare per vent’anni con Berlusconi e poi cambiare posizione all’improvviso solo perché non si è più insieme al governo… E’ stato commesso un colpo di mano politico e parlamentare semplicemente vergognoso.
E’ stato fatto sulla pelle della magistratura, fondamentale potere dello Stato, ma soprattutto contro i cittadini, che avranno sempre meno giustizia se questa norma dissennata dovesse diventare legge. Per fortuna è intervenuto immediatamente il ministro della Giustizia Severino, che ha detto chiaramente che la responsabilità civile dei magistrati andrà eliminata.
Non ci sono più Alfano e Nitto Palma in via Arenula, altrimenti chissà quali dichiarazioni di plauso avrebbero fatto. In verità le hanno fatte, ma almeno non da Guardasigilli. I deputati ‘incappucciati’ (copyright Federico Palomba) hanno colpito la magistratura con un micidiale tempismo, proprio mentre questa indaga sulla criminalità organizzata e sui reati commessi dalla politica.
Sembrerebbe quasi un avvertimento in stile criminale, oppure il penoso tentativo di rendere più difficile la lotta alla corruzione. L’esatto contrario di cui ha bisogno oggi l’Italia. In ogni caso è un voto che fa chiarezza, è uno spartiacque chiaro e netto tra chi si batte per la legalità e chi ostacola la giustizia. L’ombra di Berlusconi è calata ancora una volta sulla giustizia italiana, ma i tempi cambiano e tra un po’ il giudizio lo daranno i cittadini.
Ieri la Camera ha approvato una norma scandalosa. Mi riferisco, lo saprete già alla responsabilità civile dei magistrati. Nascosti dietro il voto segreto, franchi tiratori “trasversali” hanno approvato un emendamento, presentato dal leghista Pini, in virtù del quale un magistrato pagherà gli errori direttamente anche per una “manifesta violazione del diritto”. 'I deputati del Pdl più quelli della Lega presenti in aula erano 201. I sì alla norma 'anti-toghe' sono stati 264. Questo vuol dire che ci sono stati almeno 63 voti decisamente 'troppo trasversali', cioè di chi ha dichiarato una cosa e poi ne ha votata un'altra. Significa, tanto per parlare chiaro, che tra Pd e Terzo Polo ci sono tra i 35 e i 50 voti a favore.
Siamo di fronte ad una norma profondamente incostituzionale, un atto di intimidazione nei confronti della magistratura che assume i contorni inaccettabili della vendetta. Proprio nei giorni in cui, infatti, giungono notizie relative ad un’inchiesta che coinvolgerebbe Lusi, ex tesoriere della Margherita, su finanziamenti illeciti, mani scaltre nel segreto dell’urna compiono lo scempio.
Italia dei Valori presenterà un emendamento al Senato, per cancellare questo obbrobrio giuridico. Intanto, però, abbiamo depositato una proposta di legge – della quale al più presto pubblicherò il testo non appena disponibile - con la quale chiediamo una disciplina più seria e rigorosa del finanziamento ai partiti. Cosa chiediamo? Presto detto.
Primo, il dimezzamento degli attuali rimborsi elettorali.
Secondo, l'ammissibilità a ricevere questi rimborsi solo per quelle forze politiche che, nelle elezioni corrispondenti, abbiano totalizzato almeno il 2% dei voti validi.
Terzo, tali rimborsi saranno erogati solo e soltanto dietro la presentazione di regolamentari fatture che documentino le spese sostenute.
Quarto, divieto per le imprese pubbliche o miste pubblico-private di effettuare qualsiasi finanziamento ai partiti.
Quinto, l’introduzione del reato di finanziamento illecito, punibile fino a sei anni, per coloro che danno o ricevono sovvenzioni di qualsiasi natura e di qualsiasi entità da aziende pubbliche o miste pubblico-private, nonché da coloro che danno o ricevano contributi oltre ai cinquemila euro, senza denunciarli, da aziende o soggetti privati.
Sesto, l'ineleggibilità di chi ha violato la legge di finanziamento pubblico e la decadenza automatica dalla carica elettiva, parlamentare compresa, e l'ineleggibilità futura.
Settimo, i partiti che ricevono contributi illeciti e' prevista la soppressione del rimborso della campagna elettorale precedente e la perdita del diritto di finanziamenti.
Sottoporremo il nostro ddl a tutte le forze politiche. Vedremo chi ci sta.

Pubblico il testo della mia intervista apparsa oggi su “L’Unità”
E adesso l’Italia dei Valori va a braccetto con il governo, in nome di una “rivoluzione copernicana” nella lotta all’evasione. Dopo essersi comportato da opposizione nel voto sul decreto Salva Italia, e sempre rivendicando di “non far parte di questa strana maggioranza”, l’Idv ha avviato, racconta il capogruppo alla Camera, Massimo Donadi, una “stretta collaborazione”. Non si tratta di una “evoluzione politica”, spiega, ma dell’applicazione del principio enunciato quando il partito di Di Pietro votò la fiducia al governo Monti: “Valutare volta per volta il merito dei provvedimenti”. In questo caso a produrre il sodalizio è una mozione anti-evasione Idv che dovrebbe essere votata già oggi, col parere favorevole del governo. “E’ un testo che prefigura una modifica di sistema, la condivisione dell’esecutivo è necessaria perché si realizzi”.
E’ la prima volta che l’Idv lavora fianco a fianco con Monti?
Sì, e i riscontri sono stati inattesi: dall’apprezzamento iniziale si è arrivati ad una vera e propria comunione di intenti; il testo è rimasto sostanzialmente inalterato dopo gli incontri con il ministro Giarda e il sottosegretario Vieri Ceriani.
Entrerete a pieno titolo nella maggioranza?
Non abbiamo mai pensato di esserne parte, né è in atto una evoluzione. Rivendichiamo, piuttosto, la coerenza del nostro schema variabile. Sul “Salva Italia” eravamo negativi, ma il giudizio sulle liberalizzazioni e semplificazione è positivo.
Come giudica il governo Monti?
La maggioranza che lo sostiene va verso una progressiva politicizzazione che secondo noi è un errore. Dalla mera numericità si tende sempre più alla condivisione di alcuni percorsi politici. Per quel che riguarda l’azione del governo, grande apprezzamento per quel che fa al livello internazionale, mentre vediamo luci e ombre nella gestione economica del Paese.
Per esempio?
Una timidezza verso i grandi interessi economici. Sulle liberalizzazioni hanno trasformato i tassisti nel capro espiatorio, ma non hanno toccato le banche, le assicurazioni, i mercati di intermediazione finanziaria. Hanno subito il diktat di alcuni partiti: ci sarebbe piaciuto un governo più spavaldo, invece scivola verso il vivacchiare, cedendo alle pressioni della politica.
Intanto, però, ha teso una mano anche a voi.
La prossima settimana depositeremo come ddl la proposta contenuta nella mozione. L’intervento legislativo necessario sarà minimo, ma i risultati notevoli.
Parlate addirittura di “rivoluzione copernicana”.
Storicamente la lotta all’evasione fiscale si è fatta andando a caccia di altri redditi oltre a quelli dichiarati: è come cercare l’ago in un pagliaio. Smettiamola, questa è la nostra proposta. Cominciamo invece a cercare quali sono le spese sostenute. Incrociamo la dichiarazione dei redditi, con il totale delle spese – adesso l’Agenzia delle Entrate ha accesso ai dati del sistema interbancario, può chiedere semplicemente il totale delle uscite annue di ciascun conto – e infine incrociamole con i dati che arrivano dai beni indice del redditometro. Tutte le volte che comparando questi tre dati, salta fuori un’incongruenza, l’Agenzia invia una lettera in cui in via amichevole chiede all’interessato di giustificare la disomogeneità tra dichiarato, speso e posseduto: solo ciò che non viene adeguatamente motivato diventa oggetto di accertamento.
E quanti soldi e persone servono per avviare questo sistema?
Niente più di oggi. Sono controlli informatici, li fa il computer, contiamo di poterli applicare a ciascun codice fiscale.
Spaventoso.
Spaventoso per chi non paga le tasse, certo: l’evasione sarà sterminata. A questa rivoluzione copernicana si deve accompagnare però il secondo pilastro, altrettanto importante: una norma speciale che preveda l’obbligo che ogni euro recuperato dall’evasione si trasformi in un euro in meno di tasse. Un atto di sangue, inviolabile, tra Stato e cittadini. Perché il debito non si paga con la lotta all’evasione, si paga con la crescita.
Pare l’uovo di colombo.
Si potrebbero recuperare ogni anno 200 miliardi di imposte evase. E si avrebbe come conseguenza indiretta quella di semplificare le norme fiscali; e, ancora più importante, quella di dare un colpo al cuore della criminalità organizzata, che è il primo produttore di spese dalla provenienza non documentabile. Negli Stati Uniti questo sistema è in uso da un secolo: Al Capone l’hanno arrestato per evasione fiscale, ricordo.
E pensa che una misura del genere potrebbe ottenere il consenso di tutta la maggioranza?
Penso di no. Però è già successo che una mozione dell’Idv passasse all’esame del Parlamento anche senza i voti del centrodestra. I numeri ci sono.
Vi do una notizia, una bella notizia. In questi giorni, ho avuto rapporti ravvicinati e contatti stretti con i sottosegretari Giarda e Vieri Ceriani. Oggetto dei nostri incontri la mozione di Italia dei Valori sulle misure di contrasto all’evasione ed elusione fiscale. Il Governo, attraverso i sottosegretari, ha mostrato molto interesse riguardo alle nostre proposte e questo ci conforta molto.
Siamo doppiamente soddisfatti: “qualcosa” di grande e rivoluzionario su “questo” si può fare e siamo stati noi a proporlo. Ci sono questioni, importanti, nella nostra mozione, che segna una svolta radicale nel sistema di lotta all’evasione.
La prima, il metodo della rivoluzione tecnica e culturale. Questa è la rivoluzione che noi chiediamo venga applicata: incrociare i dati che emergono da tre voci: dichiarazioni di reddito, spese effettuate e informazioni fornite dallo spesometro. Insomma, passare dal metodo attuale delle dichiarazioni dei redditi, che rappresenta ormai la preistoria della lotta all’evasione, ad un sistema che, ogni anno e per tutti gli anni, incroci i codici fiscali di ogni famiglia, con i redditi totali, le spese sostenute e i dati dello spesometro.
Seconda questione. Con la nostra proposta, chiediamo che venga sottoscritto un patto d’onore, sacro, tra “governo-contribuente”, per far sì che ogni euro recuperato dall’evasione sia un euro in meno di tasse.
Terza questione, l’introduzione di una norma di legge, in nome della trasparenza, che preveda l’inserimento in bilancio della voce “tax gap”, ovvero la cifra che il governo prevede di recuperare dalla lotta all’evasione.
Quarta, e ultima questione. Il sistema da noi proposto diventa strumento indispensabile per la lotta alla criminalità organizzata, che rappresenta il più grande produttore di liquidità non giustificata. Il nostro modello è un colpo mortale all’evasione, all’illegalità, alla criminalità. Secondo i nostri calcoli, si possono recuperare fino a 200 miliardi l’anno, fin qui totalmente evasi. Italia dei Valori ha fatto la sua proposta. Il Governo ha battuto un colpo. Ora, si proceda velocemente.
Oggi alla Camera si discute la nostra mozione per la lotta all’evasione fiscale. L’evasione fiscale in Italia non è una piaga, è una pandemia! Altera mercato e sistema economico provocando danni alle imprese, alle famiglie, allo Stato, ai cittadini, a tutti insomma. Secondo una stima effettuata da KRLS Network of Business Ethics per conto dell'Associazione Contribuenti Italiani nel 2011 l'imponibile evaso in Italia è cresciuto del 13,1% con punte record nel nord dove ha raggiunto il 14,2%. In termini di imposte sottratte all'erario siamo nell'ordine del 51,1% pari a 180,3 miliardi di euro l'anno. Un furto ai danni dei cittadini che sinora è stato considerato con troppa benevolenza. E’, invece, un reato gravissimo, dagli effetti sociali devastanti. E’ il momento di dire basta, di passare alla fase ‘tolleranza zero’. Negli Usa si stima che ogni dollaro investito in accertamenti ne produca 4 di entrate recuperate. La stessa proporzione, secondo l’Agenzia delle Entrate, vale anche per il nostro Paese. La lotta all'evasione non deve rappresentare uno strumento per fare cassa, ma per la ridistribuzione dell'incremento del gettito fiscale a favore di chi le tasse le paga. Solo restituendo gli introiti dell'evasione recuperata, in forma di minori aliquote, si può dare un senso di maggior equità.
Deve essere scritto un nuovo patto d'onore tra lo Stato ed i contribuenti, inserendo una norma-quadro vincolante nello Statuto dei diritti del contribuente: ogni euro di maggiore entrata derivante dalla lotta all'evasione deve corrispondere ad un euro di minor imposta.
Nel nostro Paese, il contrasto all´evasione è di competenza di Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate, Equitalia (a sua volta divisa in società “regionali”), Sogei e Agenzia del Territorio. Questo rischia di creare duplicazioni, mancanza di coordinamento, disomogeneità di professionalità e di obiettivi, per questo servirebbe una riorganizzazione della Guardia di finanza procedendo alla sua smilitarizzazione e a una sua maggiore integrazione con il resto dell’amministrazione finanziaria. Le funzioni di polizia tributaria della Finanza potrebbero confluire in reparti specializzati in reati finanziari, corruzione, criminalità organizzata ed al presidio dei confini. Proponiamo un nuovo patto fiscale tra Stato e cittadini basato sulla fiducia e sull’applicazione integrale dell’articolo 53 della Carta Costituzionale, al fine di rendere concreto lo slogan ‘pagare tutti per pagare meno’.

Oggi la politica è snow, neve, fresca come i tanti giovani che sono venuti a Molveno, in Trentino, per discutere e confrontarsi. Una ventata d’aria fresca e pulita, perché la politica vera non si fa solo nei palazzi. Sono venuti in tanti, nonostante gli scioperi dei trasporti, per discutere di scuola e università, di lavoro e merito, di liberalizzazioni e riforme istituzionali.
Come facemmo nel primo incontro di Bellaria, nel 2008, quando migliaia di ragazze e ragazzi vennero per dibattere di politica, stiamo continuando a mettere a disposizione la nostra esperienza. Non solo politici, ma anche esperti, professori e intellettuali. Si è discusso di Università e merito con il professor Massimiliano Bratti e di analisi dei flussi elettorali con il professor Paolo Feltrin. Il mancato rinnovamento della classe politica è uno dei problemi che affligge l’Italia.
Le classi dirigenti dei partiti hanno impedito il rinnovamento per paura, per pigrizia, per incapacità, per inedia, creando una sorte di effetto tappo che ha bloccato il cambiamento. Si fa un gran parlare di liberalizzazioni. Ecco, per me liberalizzare significa anche aprirsi al merito e alla competenza, lasciare che le energie migliori del Paese possano esprimersi e possano dare un contributo all’innovazione. Significa valorizzare i giovani, non marginalizzarli e mortificarli. Basta con i discorsi dal palco fatti di retorica e pieni di slogan come ‘i giovani sono il futuro’ e bla bla bla del genere. Le nuove generazioni di italiani hanno bisogno di opportunità non di parole. E non entro nella polemica che ha coinvolto il viceministro Martone per carità di patria…
Italia dei Valori ha presentato diverse proposte di legge per facilitare l’accesso dei giovani nel mondo del lavoro e nelle istituzioni. Tra queste ce n’è una a cui tengo molto, quella per favorire l'integrazione delle donne nel mercato del lavoro e sostenere l'imprenditoria femminile e giovanile.
Il nostro Paese, in base a quanto richiesto a livello europeo, avrebbe dovuto raggiungere la soglia del 60 per cento di occupazione femminile entro il 2010, ma continua a rimanere fermo al 46,3 per cento: tasso che colloca l'Italia al penultimo posto tra gli Stati membri dell'Unione europea. In Italia, infatti, ammontano a 7 milioni le donne in età lavorativa ma collocate fuori dal mercato del lavoro e nelle regioni meridionali, in particolare, il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni è del 34,7 per cento, contro il 74,3 per cento del nord. Le donne italiane lavorano in media 7 ore e 26 minuti al giorno e 5 ore e 20 minuti in famiglia mentre gli uomini dedicano di regola all'attività domestica soltanto un'ora e 35 minuti. Le donne del nostro Paese, inoltre, sono in media pagate il 9 per cento in meno degli uomini, a parità di lavoro, tanto è vero che la differenza di stipendio tra uomini e donne con ruoli dirigenziali è salita, secondo le ultime stime, al 26,3 per cento. A fronte di questo quadro preoccupante, appare quanto mai necessario attuare nuove politiche in favore delle donne sotto vari profili, in conformità agli obiettivi fissati dal Consiglio europeo di Lisbona del 23-24 marzo 2000. Noi proponiamo:
a) promuovere l'introduzione di un nuovo sistema di incentivi fiscali in favore delle donne lavoratrici con figli;
b) sostenere la creazione di nuove imprese femminili;
c) istituire un fondo strategico in favore delle piccole e medie imprese femminili;
d) realizzare su tutto il territorio nazionale almeno 1.000 nuovi asili nido entro l'anno 2012, in attuazione dell'obiettivo comune della copertura territoriale del 33 per cento;
e) realizzare l'integrazione delle donne disabili nel mondo del lavoro;
f) attuare il principio della pari retribuzione tra uomo e donna per prestazioni lavorative pari o di pari valore;
g) promuovere l'imprenditoria giovanile attraverso la concessione alle persone di età inferiore ai 35 anni che intendano avviare l'esercizio di attività di impresa, per i primi tre anni dalla data dell'inizio dell'attività, del regime di fiscalità agevolato.

Semplificare la vita degli italiani. Liberarla dai mille lacci e lacciuoli della burocrazia che soffoca la libera impresa, complica la vita ai cittadini, rende complicato e difficile anche solo procurarsi un certificato. Amministrazioni che dialogano in rete per eliminare code e tempi di attesa biblici. Assunzione più veloce per lavoratori extra-comunitari, iscrizione telematica per l’Università ed un commissario, controllore ad hoc, per gli uffici lenti o ritardatari. Spariscono 333 leggi inutili che vanno a disboscare quella giungla legislativa che affastella il nostro quadro normativo, fatto di leggi doppione, norme desuete non più in uso da tempo. Questi sono i principi che hanno ispirato il provvedimento del governo che alleggerisce i meccanismi nella burocrazia italiana. Bene, bravi, bis. Sì, perché noi di Italia dei Valori abbiamo sempre sottolineato la necessità e l’importanza di un provvedimento del genere e non sono mancate in questi anni le nostre proposte in tal senso. Se l’Italia soffoca in una crisi economica spaventosa è anche a causa di una burocrazia arcaica, vessatoria e ferma all’età della pietra.
In questi anni tutti si sono riempiti la bocca con la parola “innovazione” e “sburocratizzazione”. Vi ricordate le famose tre I di Berlusconi, Internet, imprenditoria e inglese? E la semplificazione legislativa annunciata da Calderoli? Di quelle epiche gesta del padre del Porcellum, che dovevano rivoluzionare il mondo, si ricorda solo la pira “scenografica” di leggi cui diede fuoco e la furbetta manina che, con la scusa di semplificare, voleva cancellare la norma per mettere al riparo alcuni dirigenti leghisti finiti nei guai, per la vicenda delle resuscitate camicie verdi come associazione militare.
Dunque, speriamo che stavolta si faccia davvero sul serio. Condividiamo in pieno il principio delle semplificazioni e lo sosterremo, valutando nel merito il provvedimento. Occhio, però. Vigileremo perché nessuno, ma proprio nessuno, con la scusa di semplificare e sburocratizzare l’Italia, provi a fare il furbo o, peggio ancora, tenti di non toccare alcuni settori per tutelare altri interessi che non siano quelli degli italiani.
"Fisco, i 18mila supertruffatori" titola Repubblica. "Fisco più facile con un decreto" invece, il Corriere. La lotta all’evasione torna, finalmente, d’attualità.
Per noi è sempre stata una priorità politica, ma non tutti i partiti la pensavano come l’Italia dei Valori.Qualcuno è arrivato persino a dire che la lotta all’evasione era una vendetta nei confronti del proprio elettorato. Pensate un po’, è come ammettere che il proprio partito prende il voto degli evasori e che per questo la lotta all’evasione non si può fare.
Solo nell’Italia berlusconizzata si è potuto arrivare a tanto. Oggi la situazione sta cambiando perché la crisi economica sta rendendo difficile la vita a milioni di cittadini e il reato di evasione è diventato odioso agli occhi dell’opinione pubblica. Siamo in prima linea per contrastare l’evasione fiscale e abbiamo presentato una mozione che contiene misure finalmente efficaci per stanare gli evasori e ripristinare un po’ di giustizia sociale.
MOZIONE
PER L’ADOZIONE DI MISURE DI CONTRASTO
ALL’EVASIONE ED ALL’ELUSIONE FISCALE
La Camera,
premesso che:
l'evasione fiscale in Italia è enorme. Essa rappresenta una «pandemia» che comporta una gravissima alterazione del mercato e dell'intero sistema economico e provoca danni ingenti alle imprese, che si trovano di fatto a competere in un mercato gravemente distorto, alle famiglie che devono fare i conti con un prelievo eccessivo e servizi scadenti e, in definitiva, allo stesso Stato. Nella situazione presente di crisi e di necessità per il nostro Paese di ridurre il deficit ed il debito dei conti pubblici con misure drastiche e pesanti per tutti i cittadini, i costi dell'evasione fiscale e della corruzione divengono ancor più insopportabili;
secondo i dati dell'Agenzia delle entrate, si stima che ogni euro investito in accertamenti ne produca quattro di entrate recuperate. Negli Usa il tax gap (la misura delle imposte dovute e non pagate ogni anno) è stabile al 15 per cento; in Gran Bretagna è all'8 per cento. Se si prende per buona la stima di 120 miliardi di evasione in Italia, con un gettito complessivo di circa 700 miliardi, per ottenere lo stesso indice tax gap degli Usa dovremmo puntare a recuperare imposte evase per circa 20 miliardi; e circa 75 per raggiungere la Gran Bretagna;
una misura del tax gap permetterebbe inoltre di sapere quanta parte delle aliquote è dovuta agli evasori «che mettono le mani in tasca» ai contribuenti: così ogni cittadino onesto avrebbe una misura di quanto paga in più grazie agli evasori, e toccherebbe con mano il beneficio di un'eventuale maggiore legalità;
la lotta all'evasione non deve rappresentare, infatti, uno strumento per aumentare il gettito, ma per la ridistribuzione dell'incremento del gettito fiscale a favore di chi le tasse le paga. Solo restituendo gli introiti dell'evasione recuperata, in forma di minori aliquote, si può dare un senso di maggior equità. Deve essere scritto un nuovo Patto d'onore tra lo Stato ed i contribuenti, inserendo una norma-quadro vincolante nello Statuto dei diritti del contribuente: ogni euro di maggiore entrata derivante dalla lotta all'evasione deve corrispondere ad un euro di minor imposta;
già con l'introduzione dello «spesometro» si è introdotto nel nostro ordinamento una possibilità concreta di incrocio telematico dei dati dei contribuenti ai fini dell'accertamento;
con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, l'attuale Governo ha messo a disposizione dell'amministrazione finanziaria un'ulteriore potente strumento di conoscenza: gli operatori finanziari sono obbligati, infatti, a comunicare all'anagrafe tributaria le movimentazioni che hanno interessato ogni singolo utente ed ogni informazione necessaria ai fini dei controlli fiscali;
decisivo nel contrasto all'evasione, risulta adesso l'utilizzo ottimale dei numerosi strumenti induttivi a disposizione (redditometro, studi di settore, tracciabilità del contante, accesso a tutte le transazioni finanziarie, dati su attività mobiliari e immobiliari, utenze) a scopo statistico, per individuare i potenziali soggetti evasori;
il lavoro dell'amministrazione deve compiere al riguardo un salto di qualità trasformando la possibilità dell'accertamento in un obbligo di verifica annuale, con le tecnologie informatiche, per tutti i codici fiscali in relazione alle dichiarazioni dei redditi e dell'IVA individuali, da confrontare con i dati dello «spesometro» e dei flussi finanziari;
l'amministrazione finanziaria deve desumere dai conti bancari la capacità complessiva di spesa, e quindi il reddito presumibile, di ogni codice fiscale (somma di tutte le uscite, meno dividendi e interessi incassati, meno/più gli investimenti/disinvestimenti nel periodo), una singola cifra (con una maggiore tutela della privacy del cittadino), facile da calcolare una volta l'anno, anche dal contribuente, e che per questo agirebbe da efficace deterrente all'evasione;
l'amministrazione dovrebbe far conoscere ai cittadini i metodi ed i parametri utilizzati per analizzare i dati, in modo che ciascuno possa sapere come la sua dichiarazione sarà valutata, essendo la deterrenza il modo migliore per ridurre l'evasione;
questa metodologia ha dato, in particolare negli Usa dove viene applicata fin dai primi anni del Novecento, ottimi risultati in termini di contrasto all'evasione ed alla stessa criminalità organizzata;
l'esperienza dice che le disposizioni comunitarie relative all'abuso di diritto in materia tributaria rappresentano uno strumento molto efficace, perché sono le strutture finanziarie complesse che possono più facilmente facilitare l'elusione su vasta scala. Costituiscono «abuso del diritto» le operazioni compiute essenzialmente per il conseguimento di un vantaggio fiscale. Grazie all'applicazione di tale concetto l'amministrazione finanziaria ha recuperato circa un miliardo dalle banche italiane (limitandosi ai casi di pubblico dominio) che avevano abusato di «strumenti fiscali»;
nell'ordinamento tributario italiano manca una disciplina antielusiva generale, essendoci solo norme antielusive specifiche per diversi settori. L'esigenza di applicare la teoria dell'abuso di derivazione comunitaria anche ai tributi non armonizzati, ha portato la Corte di cassazione (sentenze n. 30055 n. 30056 e n. 30057 del 23 dicembre 2008) ad individuarne un fondamento costituzionale nell'articolo 53 della Costituzione e un legame concettuale con la teoria dell'abuso del diritto civile,
impegna il Governo:
a valutare le opportune iniziative, anche normative, ferme restando le prerogative del Parlamento, al fine di:
a) inserire nel Documento di economia e finanza una valutazione ufficiale dell'entità dell'evasione fiscale, misurata attraverso il calcolo del tax gap (la misura delle imposte dovute e non pagate ogni anno), stabilendo altresì gli obiettivi annuali del recupero di gettito conseguenti alle attività di contrasto e prevedere che tali maggiori entrate, dovranno confluire interamente - stabilendo al riguardo una precisa disposizione quadro da inserire nello Statuto dei diritti del contribuente (legge n. 212 del 2000) - a decorrere dall'anno fiscale 2012, nel Fondo per la riduzione strutturale della pressione fiscale (previsto dal comma 36 dell'articolo 2 del decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011), finalizzato alla riduzione degli oneri fiscali e contributivi gravanti sulle famiglie e sulle imprese;
b) rendere obbligatoria - anche in riferimento a quanto previsto dall'articolo 11 del decreto-legge 201 del 2011 (convertito con modificazioni dalla legge n. 214 del 2011) - la verifica annuale, con le tecnologie informatiche, di tutti i codici fiscali in relazione alle dichiarazioni dei redditi e dell'IVA individuali, da confrontare con i dati dello «spesometro» e dei flussi finanziari facendo sì che tale verifica comporti da un lato la semplificazione dei dati da esaminare (una singola cifra, il reddito presumibile, di ogni codice fiscale: somma di tutte le uscite, meno dividendi e interessi incassati, meno/più gli investimenti/disinvestimenti nel periodo), dall'altro un rafforzamento delle strutture addette ai controlli;
c) obbligare i contribuenti a riportare in un prospetto allegato alla dichiarazione annuale dei redditi, i beni, gli immobili e le attività finanziarie detenute o di cui hanno la disponibilità in Italia e all'estero di qualsiasi tipologia;
d) definire analoghe procedure di verifica annuale per via informatica delle dichiarazioni di tutte le società, determinando l'imponibile dell'imposta sul reddito delle società (IRES) anche sulla base del possesso da parte di una società di uno o più autoveicoli di lusso, di aerei per il trasporto di persone, di natanti di lusso o di immobili ad uso residenziale, qualora non costituenti oggetto principale dell'attività della società stessa, fare in modo che una società possa essere classificata come società di comodo anche nel caso la sua dichiarazione dei redditi sia congrua rispetto al relativo studio di settore e rendere trasparenti i veri proprietari di beni intestati a società di comodo;
e) definire un ridisegno complessivo della normativa in materia di sanzioni penali relative ai reati connessi al fenomeno dell'evasione, a partire dal ripristino del reato di falso in bilancio ed alla previsione più equilibrata e restrittiva della sospensione condizionale della pena;
f) offrire coerenza ed omogeneità all'intera macchina dell'amministrazione finanziaria, al fine di rafforzare l'autonomia gestionale delle strutture rispetto all'indirizzo politico valorizzando le specificità professionali degli operatori;
g) prevedere la smilitarizzazione della Guardia di finanza, la sua riorganizzazione in settori funzionali, e prevedere, in quest'ambito, un più stretto coordinamento in capo all'Agenzia delle entrate, di tutti gli organismi che operano ai fini dell'accertamento delle posizioni tributarie;
h) prevedere una disciplina antielusiva generale in riferimento all'articolo 53 della Costituzione in forza della quale in virtù del principio generale dell'abuso del diritto tributario, il contribuente non possa trarre indebiti vantaggi fiscali dall'utilizzo distorto di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l'operazione, diverse dalla mera aspettativa di quel risparmio fiscale.
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