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BORSELLINO, FERITA ANCORA APERTA
Falcone - Borsellino
Nel giorno dell’anniversario della strage di via D’Amelio, il giorno del ricordo, del dolore ancora vivo, dell’onore alla memoria di Borsellino, che infaticabilmente ha portato avanti la sua battaglia in difesa dello Stato di diritto, fino a pagare con la vita, mi tornano in mente le parole del suo collega, altrettanto infaticabile nella lotta alla criminalità organizzata: “La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio ed avrà una fine”.Questo concetto mi rimbomba in testa da giorni, tra l’ostinata e incontrollabile volontà di credere alle parole del giudice Falcone e l’amara consapevolezza che questo concetto diventi anno dopo anno più lontano.Sono passati diciotto anni dalla terribile strage di Via D’Amelio, da quella di Capaci, sono passati diciotto anni da quando un profondo conoscitore del complesso fenomeno della mafia diceva, credendoci, che essa sarebbe finita. Ebbene oggi Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica del tribunale di Reggio Calabria, da sempre protagonista nella lotta alla ‘ndrangheta, sotto scorta dal 1989, dichiara, in un’intervista pubblicata dal Corriere della sera pochi giorni fa, che “la ‘ndrangheta finirà quando non ci sarà più l’uomo sulla terra”. Ed ecco che la convinzione di Falcone diventa ancora più lontana dal concretizzarsi. Non sono solo le durissime parole di un altro magistrato impegnato in prima linea nella difesa della legalità a dimostrarlo, sono i fatti. Purtroppo, a diciotto anni di distanza, la battaglia intrapresa da Falcone e Borsellino non è ancora stata vinta. Quelle durissime ferite inflitte dalla mafia allo Stato non sono state ancora sanate e forse mai come adesso si è presentato il rischio che mafia, ‘ndrangheta e criminalità organizzata diventino vincenti sui territori.Oggi più che mai si avverte la minaccia che questo accada, oggi più che mai c’è il serio pericolo che i rapporti tra politica e criminalità organizzata non solo vengano fatti salvi, ma si diffondano a macchia d’olio sotto la sabbia dell’omertà. In un Paese in cui illustri esponenti della maggioranza e del governo esultano e cantano vittoria per la sentenza Dell’Utri, solo perché assolto per i reati successivi al ’92, viene il dubbio che non ci sia da parte dello Stato la seria volontà di combattere i fenomeni legati alla criminalità organizzata, né di fare luce su quelle stragi che oggi ricordiamo.In un Paese in cui esponenti della coalizione al governo, sostengono che la mafia è un problema del Sud, mi riferisco alla Lega, sorge il dubbio che, se nel Paese non si cambia radicalmente mentalità e non ci si prefiggono obiettivi precisi e costruttivi, quella battaglia che Falcone e Borsellino hanno portato avanti fino alla morte non potrà mai essere vinta.
LA STRATEGIA DELL’IMPUNITA’
Oggi vi svelo un vero scoop. Niente a che fare con la bufala delle foto Di Pietro immortalato insieme a Contrada, sparate oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera. Quella è spazzatura montata ad arte perché Italia dei Valori è un partito che dà sempre più fastidio.Il vero scoop di oggi è che il ddl sul processo breve non si farà. L’avvocato Taormina, quello che un tempo scriveva le leggi ad personam per il premier e che oggi è stato sostituito dalla coppia del goal Ghedini - Pecorella, ha spiegato in un’intervista sul blog dell’Espresso quella che noi conosciamo da tempo e che chiamiamo strategia dell’impunità. E se lo dice Taormina, che di fini strategie se ne intende, c’è da credergli. La tattica consiste in questo. Minacciare il parlamento con una legge che è una bomba atomica, come il ddl sul processo breve, per portare a casa quello che gli serve davvero, ovvero, il legittimo impedimento. Il retropensiero è più o meno questo: o mi approvate il legittimo impedimento o io vi faccio scoppiare la bomba atomica del processo breve. E per farvi capire che faccio sul serio, intanto lo faccio approvare in uno dei due rami del parlamento. Armo la spoletta, dunque, e resto a guardare. Un vero e proprio ricatto che l’ex avvocato del premier conferma in pieno, una vera e propria strategia dell’impunità che si ripete sistematicamente. L’obiettivo di Berlusconi è far approvare una legge palesemente incostituzionale, come il legittimo impedimento, che resterà in vigore il tempo che gli serve, circa un anno e mezzo, fino alla bocciatura della Corte Costituzionale, per arrivare al vero obiettivo, il lodo Alfano bis per via costituzionale, quindi intoccabile.Ma la strategia dell’impunità non si ferma qui. Sarà un caso fortuito ma proprio nei giorni in cui Massimo Ciancimino, rivela i legami tra il padre Vito, Mangano, Dell’Utri e Berlusconi, rapporti di cui aveva già parlato il giudice Borsellino nella sua ultima intervista alla tv francese, una testa di legno nella maggioranza di centrodestra presenta la solita anonima leggina che stravolge il ruolo processuale dei pentiti, quegli stessi pentiti su cui Falcone e Borsellino hanno costruito il successo della lotta a Cosa Nostra. Non male davvero per un premier che ha detto di voler sconfiggere la mafia entro la fine della legislatura.
UN QUADRO INQUIETANTE E OSCURO
Il pentito Gaspare Spatuzza Oggi è stato il giorno della deposizione del pentito Gaspare Spatuzza al processo per mafia a carico del senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri. La sua testimonianza riapre quel capitolo doloroso delle stragi degli anni Novanta, avvenute a Roma e Firenze, stragi anomale secondo il pentito Spatuzza. Nella testimonianza di questo killer spietato, oggi collaboratore di giustizia, c’è un’accusa pesante: Silvio Berlusconi, l’uomo di Canale 5, e Dell’Utri, il compaesano Marcello, fecero favori alla mafia. Anzi, grazie alla serietà di queste due persone “la mafia ottenne praticamente il Paese nelle sue mani”.E poi c’è il racconto delle terribili stragi, quelle compiute e quelle evitate per un soffio, che svelano il volto più feroce della mafia che nessun sceneggiato o libro potrà mai eguagliare. Come quando il boss Giuseppe Graviano avrebbe chiesto al pentito Spatuzza “morti per smuovere qualcuno”. Oppure, quando il pentito Spatuzza dice che nella bomba dello stadio Olimpico, furono messi 50 chili di tondini “per fare più male possibile”. Neanche i talebani, ha detto oggi Spatuzza nell’aula bunker di Torino, sono arrivati a tanto. Oppure quando dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio la mafia festeggiò “perché Borsellino e Falcone erano nemici”. O come il racconto dell’incontro avvenuto nel ’94 al bar Doney di via Veneto a Roma, prima del fallito attentato allo stadio Olimpico, quando il boss Graviano arrivò “con un atteggiamento gioioso, come chi ha vinto all’enalotto o ha avuto un figlio” perché “abbiamo chiuso e ottenuto tutto quello che cercavamo grazie a due persone serie” che non erano “come quei quattro crasti socialisti che avevano preso i voti dell’88 e dell’89 e poi ci avevano fatto la guerra”.Le frasi di Spatuzza dipingono un quadro inquietante ed allarmante. Si riallacciano alle dichiarazioni dei pentiti rese durante le inchieste che partirono all’indomani degli attentati del ’94, poi archiviate. In realtà, quelle dichiarazioni, a differenza delle inchieste, non furono archiviate ma congelate, in attesa di riscontri più oggettivi. Rimasero, come tante spade di Damocle, a pendere sulle teste degli imputati.Oggi è venuto il momento di fare chiarezza. Nessuno, a parte la magistratura, può o deve emettere sentenze di accusa o di assoluzione. Per questo, è opportuno che la politica faccia un passo indietro, fino al momento della verità, perché è la verità l’unica cosa che conta. La politica taccia e lasci lavorare la magistratura. Siamo sicuri che i giudici lavoreranno con scrupolo per accertare la verità dei fatti e verificare le dichiarazioni rese dal pentito Spatuzza. Certo è che, da quelle parole, pesanti come macigni, emerge un quadro inquietante ed oscuro.



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